Talento poliedrico ed eccentrico, genio (The Genius) incontestato del cinema, del teatro e della radio, gigante della cultura, padre della modernità nel grande schermo, Orson Welles (USA, 1915-1985), è regista non solo di film, ma anche di spettacoli teatrali, trasmissioni radio, performance di danza nonché di un numero di magia alla Corte d'Inghilterra.
Scrittore di romanzi, commedie, saggi, libri, conduttore radiofonico e per finire attore straordinario per lavori suoi e altrui.
Un grande della storia dello spettacolo che per questo ha avuto una carriera ostacolata.
Cresciuto in un ambiente colto, debutta come attore a soli tre anni e a venti è già famosissimo.
Trionfa prima in teatro e poi alla radio; il 30 ottobre 1938 a ventitré anni, annunciò alla radio l'invasione dei marziani, scatenando provocatoriamente la psicosi collettiva dell'invasione aliena.
La RKO lo invita ad Hollywood con un contratto senza precedenti (era già famoso in tutto il paese, a soli ventiquattro anni): gli venne data "carta bianca" a tutti i livelli per la lavorazione della sua opera prima.
Per Welles è un record, ancora prima di aver girato il suo lungometraggio d'esordio, con un contratto unico nella storia del cinema:
- molti gli incarichi di regista (un film l'anno come sceneggiatore, regista, attore);
- il venticinque per cento degli incassi lordi;
- centocinquantamila dollari anticipati per ogni film portato a termine.
Con l'incarico di cineasta ripagò al massimo la fiducia accordatagli con "Quarto potere", il suo primo lavoro: eccezionali ardite e innovatrici le sue "invenzioni" e innovazioni tecniche, la pellicola è un capolavoro annunciato: pietra miliare nella storia del cinema, votato all'unanimità come il più bel film del mondo, riconosciuto dal mondo intero come l'opera più importante di tutti i tempi, quella che meglio delle altre ha imposto un cambiamento radicale nel modo di fare cinema; per Francois Truffaut: il film dei films e Welles miglior attore protagonista della storia del cinema.
Le novità sono tante: la più importante è il flashback, che frantuma e spezza i dialoghi, ma anche uno stupefacente uso del grandangolo; intere sequenze cadenzate e "scansionate" perfettamente con la musica; e ancora… le sue irraggiungibili (per il tempo a lui contemporaneo) soluzioni narrative e stilistiche.
Il tutto diretto, sceneggiato, interpretato e prodotto, ma soprattutto ideato da Orson Welles.
Fu così che quasi "naturalmente" e non certo inspiegabilmente, Orson Welles non avrà più vita facile presso le majors.
"L'orgoglio degli Amberson" è stato disconosciuto dall'autore stesso perché la produzione tagliò quarantatré minuti di pellicola montandone una nuova versione senza la supervisione di Welles che abbandonò Hollywood per andare in Europa.
Eppure nonostante questo scempio, di questo lungometraggio ricordiamo (come non farlo?) l'uso eccezionale dei piani sequenza, del grandangolo e della profondità di campo... ciliegina sulla torta: i titoli di coda letti dallo stesso regista.
Sempre a causa delle gravi difficoltà produttive, Welles sarà costretto più volte a sospendere la realizzazione delle sue successive opere.
Alcune resteranno definitivamente incompiute come "È tutto vero" bloccato dai produttori nel 1942 per questioni politiche (!?) e ritrovato dopo quarant'anni negli archivi della RKO.
Per "Macbeth" Welles, ha praticamente introdotto la tecnica della regia televisiva: chi mai poteva pensare di realizzare con poco il difficile lavoro su Shakesperare?
Fu per lui una scommessa con se stesso... filmò con l'aiuto dei suoi famosi storyboard pressoché senza soluzione di continuità e il tutto minuziosamente e con maniacalità attraverso lunghe prove con gli attori e tutto lo staff artistico.
Fu travolto anch'esso nella produzione, solo nel 1980 sono state ripristinate colonna sonora e montaggio originali.
"Otello", Palma d'Oro al Festival di Cannes come miglior film, è opera modernissima per l'epoca, con un montaggio straordinario formato da millecinquecento inquadrature diverse e con tagli e angoli di ripresa che cambiano continuamente.
Le solite difficoltà produttive hanno costretto Welles a tre anni di riprese, tra produttori falliti, negativi sequestrati e a cambiare quattro attrici per interpretare Desdemona.
Più di venti anni è durata la lavorazione per "Don Chisciotte", un folle progetto previsto già come "incompiuto", girato e fotografato dal solo regista un po' in tutto il mondo ed infine abbandonato volutamente incompiuto.
Nel '58 realizza "L'infernale Quinlan" il film del ritorno ad Hollywood, ancora e sempre un'opera monumentale nonostante le "manomissioni" finali della produzione denunciate dallo stesso autore.
Per "Falstaff", Gran Premio al ventesimo anniversario del Festival di Cannes, il produttore esecutivo Alessandro Tasca di Cutò: dice "Un giorno abbiamo girato la scena del corteo dell'incoronazione di Enrico V, quando l'abbiamo vista, Orson ha detto: "La voglio rifare da un'altra angolazione... troverò io una chiesa vicino a Madrid"; solo che mentre la scena girata si svolgeva tutta da sinistra verso destra, in quella chiesa potevamo riprendere solo da destra verso sinistra, a causa degli sfondi. L'ho fatto notare ad Orson e l'ho portato sul posto per mostrargli le difficoltà. Allora lui ha detto: "Bene! Giriamo e poi rovesciamo la pellicola". Così ho dovuto istruire gli attori... Enrico V ha portato l'orba nell'altra mano, le giacche hanno avuto l'abbottonatura spostata e le asole invertite, le armi cambiate di lato. Gli spagnoli hanno pensato che fossimo impazziti, ma noi l'abbiamo girata così e poi abbiamo rovesciato tutto in stampa... Questo era Orson".
Ne "La signora di Shanghai" del 1947, ricordiamo la memorabile parte di Rita Hayworth allora moglie del regista.
Concludiamo con le parole di Jean Luc Godard :"Eppure, maledetti noi se dimentichiamo per un attimo che è il solo con Griffith - chi il muto, chi il parlato - ad aver messo in moto questo meraviglioso trenino elettrico al quale Lumière non credeva. Tutti, sempre, gli dovremo tutto!".
Nasce nel 1945 a Bad Wörishofen in Germania il 31 maggio 1945.
Muore il 10 giugno 1982 a 37 anni, probabilmente per una overdose:
cocktail mortale di cocaina e sonniferi... una scelta.
Fassbinder gira circa 40 film, per il cinema e per la televisione, in
soli 14 anni di attività; inoltre lavora come attore e regista di teatro.
Nel 1969 gira il suo primo film e diventa subito un esponente di primo
piano del "Nuovo cinema tedesco" che si sta imponendo in quel periodo.
Il suo grande idolo era Bertold Brecht definito dallo stesso "un autore
tedesco che fa film tedeschi per un pubblico tedesco", ma Fassibinder è
soprattutto un autore e come tale libero da ogni possibile classificazione:
difficile, maledetto, ma unico come pochi altri dopo di lui.
La sua filmografia è impressionante, considerato il periodo di attività:
dal 1966 al 1982, anno della sua tragica scomparsa, si contano oltre trenta
film e numerose altre espressioni creative, che spaziano nel Teatro Tedesco
degli anni '70; collabora persino con gruppi tedeschi di Balletto Contemporaneo.
Pioniere del "Neue Kino" tedesco e della controcultura post '68, Fassbinder
è uno di quei rari casi in cui vita e fiction coincidono.
Questo geniale autore-attore-regista ha infatti vissuto nello stesso modo
in cui ha fatto i suoi film: pericolosamente controcorrente.
Dalla Comune fondata nel 1967 al suo ultimo film "Veronika Voss" (1982,
nello stesso anno morirà per un overdose), Fassbinder ha sempre avuto nel
mirino la società borghese, la sua economia, le sue paranoie, i suoi tabù.
Tutto ciò senza ammorbare lo spettatore con inguardabili pamphlet ideologici,
ma anzi realizzando cult-movie in serie: da "Katzelmacher" (1969) a "La
paura mangia l'anima" (1974), da "Le lacrime amare di Petra von Kant" (1972)
a "Il matrimonio di Maria Braun" (1978); fino al suo testamento-capolavoro,
quel "Querelle de Brest" tratto da Jean Genet nel quale la meravigliosa
Jeanne Moreau ci ricorda che "ogni uomo uccide le cose che ama"...
Tra i suoi film ci sono molti capolavori, come ad esempio: "Katzelmacher"
(1969), "Effi Briest" (1974, da un romanzo di Theodor Fontane), "Il matrimonio
di Maria Braun" (1978), "Lili Marlene" (1980), la serie televisiva "Berlin
Alexanderplatz" (1980, 14 puntate, lunghezza totale: 931 minuti), "Veronika
Voss" (1982) e "Querelle de Brest" (1982).
Per la sua sterminata produzione ha ricevuto numerosi riconoscimenti.
Argomento centrale dei suoi film, che spaziano tra molti generi diversi,
sono le difficoltà nei rapporti umani, e i piccoli e grandi drammi della
vita quotidiana.
La sua omosessualità e gli argomenti spinosi dei suoi film gli crearono
molti nemici.
In molti dei suoi film toccò degli argomenti scomodi per la Germania degli
anni '70 e '80 che non voleva essere ricordata nelle sue contraddizioni
del presente e del passato.
In "Lili Marlene", ad esempio, Fassbinder racconta una storia molto
personale e drammatica che si intreccia con la grande storia della guerra
e mostra la quotidianità del nazismo, le sue piccole e grandi contraddizioni
ed imperfezioni.
Era una canzone poco eroica, un po' triste e nostalgica, che in fondo non
doveva piacere troppo ai nazisti, ma, nelle trincee, tra i soldati tedeschi
che ascoltavano le trasmissioni della radio tedesca ebbe un successo
strepitoso, era la loro canzone preferita e la volevano sentire ogni sera,
era sentita e amata persino dai soldati nemici.
Fassbinder mostra anche la "faccia privata" del nazismo, mostra come la
grande tragedia era accompagnata da molte piccole tragedie private (ma non
meno gravi) che sono in fondo quelle che formano la nostra vita personale
e quotidiana.
Dal 1965 si impegnò per la sceneggiatura in vari gruppi teatrali;
esordisce come attore e continua il suo impegno come regista e autore
delle pieces che lui stesso si preoccupava di "mettere in scena"
Ne le "Gocce d'acqua su pietre roventi" di Francois Ozon, (il regista
francese di "Sitcom" e "Les amants criminels") , tratto da un'opera scritta
a 19 anni da Fassbinder (Tropfen auf heisse Steine) e da lui mai allestita,
è un intelligente rilettura non solo del testo ma anche dell'universo
fassbinderiano.
Germania anni settanta: l'ingenuo e giovane Franz si trasferisce a casa del
suo amante Leopold, un uomo d'affari di successo molto più grande di lui.
Il gioco dei ruoli e della manipolazione è molto evidente tra i due e le
cose si complicano quando le rispettive ex-fidanzate riappaiono all'improvviso.
L'omosessualità non è pero il solo tema del film: Ozon trae ispirazione dalla
cinematografia del suo maestro e collega tedesco, in particolar modo "Il
diritto del più forte" e "Un anno con tredici lune", per rievocare, allo
stesso modo con rispetto e ironia, le idee di Fassbinder sull'amore come
rapporto di potere e come prigione dei sentimenti.
Ma Ozon osa anche di più e fa bene: rilegge (lui, appena 33enne) gli anni
settanta diluendone il folklore e i cliché, mimando gli arredi tetri e
smorti che il regista di "Lili Marlene" usava nei suoi primi film, ha preso
come modello per le implacabili inquadrature frontali, l'ambientazione unica
e l'assenza di esterni "Le lacrime amare di Petra Von Kant", ha "sdrammatizzato"
la pièce inserendo situazioni comiche e una scena ballata come in un musical,
ha modificato alcuni dialoghi e taluni atteggiamenti dei personaggi pur
mantenendo lo spirito del suo autore che intendeva mostrare il degrado e la
discesa vitale e suicida verso gli aspetti più ordinari dell'amore.
Con "Gocce d'acqua su pietre roventi", Ozon celebra e omaggia il suo maestro
con il piglio d'un allievo ammirato ma niente affatto pedante. L'effetto è
quasi estatico: pare di essere "dentro" un "Kammerspiel" di Fassbinder e,
allo stesso tempo, fuori di esso, all'interno di una sua rilettura critica,
antropologica, quasi saggistica del suo cinema.
E si dimostra in tal modo un'esegeta trasgressivo, tra attrazione e
repulsione, della massima che ha accompagnato l'intera vita e filmografia
di Fassbinder.
Fassbinder stesso dice "l'amore non esiste... esiste solo la possibilità
dell'amore…".
Nella sua lunga e fortunata opera, o vita, Bunuel ha cercato di chiarire
il sogno di un solo uomo: spiegare agli uomini, con qualsiasi mezzo, in
quali molteplici trappole si può cadere. L'illusione di una vita, l'ideologia,
la sessualità, la storia, la religione, il misticismo, l'inconscio...
Tutte trappole che solo il genio, ovvero il folle lucido può svelare
attraverso la sua Opera, al pari dell'Alchimista.
Aveva fretta Bunuel di svelare, rivelare, scoprire i segreti dell'anima,
dell'inconscio, del gioco macabro dei fenomeni economico-sociali, ma anche
di quelli individuali. Si dice di lui fosse un anarchico, ma più che altro
lo si potrebbe definire (e questo è difficile anche ora dopo che è morto)
un irriverente, un ingrato, un distruttore (anche la passione di distruggere
è una passione creativa- Bakunin).
Per distruggere, il cineasta, non ha avuto bisogno di piazzare bombe o
di partecipare a sanguinose battaglie per quella o contro quella bandiera,
gli è bastato, con la migliore tradizione dell'Alchimia appunto, ricombinare
gli elementi primari o grezzi con la speranza di raggiungere la creazione
primigenia di una pura conoscenza dei fatti e dei fenomeni, che regolano
la vita degli uomini e delle donne.
Di certo non possiamo illuderci di spiegare cosa accade oggi attraverso
la lettura del fenomeno Bunuel, ma da esso possiamo trarre utili consigli
per dimostrare le origini della stupidità umana, determinata dalle gabbie,
dalle catene, dalle maschere con cui l'uomo si autoflagella ab aeternum,
incapace di uscire dal girone infernale della storia (L'Angelo Sterminatore)
di cui per comodità ha dimenticato errori ed orrori.
L'opera Bunueliana non può essere sezionata, classificata e archiviata.
Continua a parlarci dall'alto delle sue intenzioni (nobili e generose), e
dal basso delle sue passioni (infernali e terreni). E' un continuo giochi
di rimandi tra assoluto e divino (Simon del desierto) e le bassezze tipicamente
umane (Il fascino discreto della borghesia, L'oscuro oggetto del desiderio,
Bella di Giorno). Opere che non si escludono e che da sole difficilmente
comunicano l'interezza di un discorso per antonomasia complesso, impossibile.
La tensione ideale e la fortuna di essere nato intelligente, fa dell'uomo
Bunuel un artista che mette a disposizione degli umili e degli sconfitti,
armi da utilizzare contro il nemico di sempre: l'incoscienza. Sta alla
destrezza, all'abilità di chi usa queste armi fatti di segni (ne Un Chien
Andalou i libri si trasformano in pistole) "far esplodere la società,
cambiare la vita"(Bunuel).
"Il cinema è un'arma meravigliosa e pericolosa se è uno spirito libero a
maneggiarla. E' lo strumento migliore per esprimere il mondo dei sogni,
delle emozioni, dell'istinto... ma possiamo dormire tranquilli, poichè la
luce cinematografica è convenientemente dosata ed incatenata."(1)
Ma a chi si riferisce Bunuel, chi ha dosato e incatenato la luce cinematografica,
e cosa sarebbe stato il cinema, sin dai primordi, senza queste gabbie? Si
può dire che sono stati i padroni del mondo, delle coscienze, coloro che
ovunque e ancora adesso agiscono, sotterraneamente o no, a trasformare un'
arma meravigliosa, nell'esatto opposto: un' arma letale per quei popoli e
quegli individui che sono stati volutamente relegati ad un ruolo marginale
e secondario nello sviluppo della coscienza critica e pensante, ma si
potrebbe dire, per estensione, anche della storia dell'umanità. Quel ruolo,
sfiorando l'estremismo, ma forse anche la verità, si può attribuire allo
spettatore.
La fascinazione spettacolare nasce dall'immobilità, dal lavoro passivo. E'
il dualismo necessario alla perpetuazione di ogni forma di potere che in
Bunuel si tenta di smascherare, mettendo lo spettatore stavolta in un ruolo
di partecipante attivo.
Nell'industria dello spettacolo invece, vi è da un lato il produttore (mai
come in questo caso l'impresa cinematografica è stata così onesta o semplicemente
ingenua) dall'altro il consumatore (si pensi anche al consumo massiccio
odierno di tanta spazzatura televisiva). Raramente l'uno accompagna nella
crescita l'altro. Spesso si tende invece a far apparire il cinema, ovvero
il prodotto finale, come il sogno perfetto: rivedibile e memorabile. Invece
i sogni, si sa, svaniscono all'alba, e nessuno ci pensa più di tanto durante
la veglia. Sembra quindi che a produrre i propri sogni ci debbano essere
dei bravi registi, ed è di quei sogni che ci si innamora. Il delitto diventa
quindi perfetto, il delitto della libertà s'intende, quando si fanno
collimare i propri sogni, con quelli rappresentati dai film spettacolari,
masturbatori, onanistici ed autistici che l'industria sforna ogni giorno.
Pizze fumanti, condite da abili bagatti, per l'ingordo spettatore che ha
urgente bisogno di riempire il vuoto della sua misera esistenza.
Occorrerrebbe dunque non fare cinema di qualità, ma piuttosto migliorare
le condizioni di vita delle persone. Guy Debord, autore nel 1968, di un
libro che fa ancora discutere "La Società dello Spettacolo", per la prima
volta ha reso esplicito ed in una forma leggibile anche agli intellettuali
distratti, il rapporto segreto ed intimo che intercorre tra l'iper-produzione
spettacolare (anche cinematografica) e l'impoverimento della socialità
degli umani, a scapito della crescita collettiva che con la pura illusione
cinematografica va verso l'autodistruzione del pensiero critico e rivoluzionario.
(...il mondo è gia stato filmato, si tratta ora di trasformarlo. Guy Debord).
Con Bunuel invece il sogno del cinema è smascherato, o messo a nudo. Si
parla dunque apertamente dei sogni, quelli "veri", nell'estremo tentativo
di rendere manifesta la doppiezza dello spettacolo, la doppiezza della vita.
Bunuel, come Pirandello, non ha fatto altro che mettere davanti allo
spettatore uno specchio leggermente deformato, in cui egli avrebbe scorto
il contrasto tra ciò che appare e che convenzionalmente siamo abituati a
vedere (Super Io, omologazione, realtà preconfezionata) e ciò che è (l'inconscio,
il caso, il caos imperscrutabile). Ma il reale è inattingibile, in quanto
la vita è perennemente mutevole, in fieri, un flusso dominato dal caso. La
verità pertanto non esiste se non nell'illusione di ognuno di noi. Infatti
la nostra personalità non è univoca, non ha una realtà oggettiva (il doppio
bunueliano, Uno Nessuno Centomila pirandelliano); al di sotto della
maschera "costruzione illusoria e continua" in cui ci si cristallizza,
l'anima "si muove e si fonde" in perenni trasmutazioni. Applicato alla
società, il contrasto tra vita e forma diventa conflitto tra la natura
umana da una parte e le convenzioni sociali dall'altra. Nell'arte questo
status quo si traduce nell'umorismo- definito da Pirandello "sentimento
del contrario... erma bifronte che ride per una faccia del pianto della
faccia opposta"(2) - che non è la comicità fine a se stessa, ma uno strumento
filosofico di conoscenza capace di cogliere criticamente le contraddizioni
del reale e l'assurdo esistenziale.
L'ironia del genio spagnolo fu influenzata non poco dall'irriverenza
picaresca e soprattutto dalla greguerìa (= umorismo + metafora ) inventata
da Ramòn Gòmez de la Serna. Così la definisce Max Aub: "Un modo di non
prendere la vita sul serio" e aggiunge "chi dice che il cinema di Bunuel è
pieno di simboli non sa quel che dice: se dirà che è pieno di greguerìas
dirà il vero". Non a caso una delle tante alchimie ramoniane suona così:
" La luna ha una nuvola in un occhio", nell'occhio tagliato di Un Chien
Andalou.
Arrivato a Parigi, Bunuel usa il viaggio (inteso come transito,
sdoppiamento o come alterazione ed esplorazione di nuovi stati di coscienza)
in una terra sconosciuta, con un'altra lingua, per manifestare la ricchezza
del suo inconscio, elaborando nuove forme di comunicazione visiva con
l'aiuto dei surrealisti. E' proprio con Salvador Dalì e il primo film con
lui realizzato, Un Chien Andalou, che Bunuel sancisce ufficialmente il suo
ingresso nel gruppo dei surrealisti nel 1929.
Bunuel ed il suo doppio
"Bunuel costruisce un percorso di attraversamento e di organizzazione
visiva di ossessioni, figure, miti e configurazioni dell'inconscio,
raccolte attorno alle strutture essenziali dell'Io: da un lato la produzione
desiderante dell'Es nel suo difficile rapporto con le istanze del Super
Io, dall'altro gli slittamenti sistematici di identità legati ai fantasmi"
(3)
Da Un Chien Andalou, primo film, fino a Quell'Oscuro Oggetto del Desiderio
(in cui compaiono addirittura due protagoniste femminili, ciascuna con la
propria personalità a figurare una sola protagonista decisamente schizofrenica),
Bunuel sviluppa il tema del doppio, dell'ambiguità, dell'androgino.
Ed è dal doppio che si ricava il termine dubbio. "Doppio e dubbio hanno
le stesse radici come in tedesco Zweifel (dubbio) e zwei (due). Il dubbio
che generandosi spezza la fiducia originaria non interrogata, nasce dal
doppio di ogni realtà, dalla scoperta del suo lato umbratile accanto al suo
lato solare. Questa scoperta come origine del dubbio e dell'interrogazione,
segna la nascita della coscienza, il suo dibattersi tra l'uno e l'altro. (4)
È lo stesso regista che dice:"Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che il
dubbio sta alla base di tutti i miei film"
Dal dubbio dunque scaturisce la poetica rivelazionaria del nostro autore che
nella profondità che le è propria indaga le origini della doppiezza o
ambiguità, nella religione cattolica, santa e puttana, spulciando addirittura
nella bibbia e scoprendo gli altarini nascosti di una ideologia ipocrita che
ha generato il grande equivoco chiamato chiesa. "
Bunuel era ateo grazie a dio, ed è con questo ennesimo paradosso che ci
mette in guardia dal credere alla verità assoluta che uccide il dubbio e
la complessità.
La divisione dualistica è infatti semplicistica e non convince. Sembra
inadeguata a dare risposte e persino a porsi delle interessanti domande.
Non convince la rigida e banalizzante divisione tra bene o male. Nulla è
bene, nulla è male se non si toccano le radici. Tale e tanta è la complessità
che una eventuale semplificazione emergenziale non potrebbe che nuocere
alla ricerca di nuove prospettive da cui guardare, senza giudicare.
La complessità delle relazioni esistente tra le cose e le persone (la
storia di ogni cosa e di ogni persona), non meritano una comoda
districazione filologica o peggio un taglio netto per riprendere il filo.
Ma in tutto ciò la fà da padrona la morte e la paura di essa; l' affannosa
rincorsa alla sua esorcizzazione che si tramuta in gesto violento
esplicitato o no, simbolizzato o no, comunque atto compiuto e giustificato
in nome dell'assoluto dualista, bene-male.
Bunuel e la morte
L'umorismo disvela l'incidenza del caso sulla vita, l'eterna lotta
dell'individuo contro le convenzioni sociali, l'inutile ribellione alla
forma nella ricerca di una verità e di una identità possibili (utopia).
Ma non c'è salvezza, non c'è espiazione. Ne "La Sequenza del Fiore di
Carta" di Pasolini, Dio parla a Riccetto: E' vero tu sei innocente, e chi
è innocente non sa e chi non sa, non vuole, ma io che sono il tuo Dio, ti
ordino di sapere e di volere(...)Ascoltami se non vuoi perderti.
L'innocenza è una colpa, lo capisci? E gli innocenti saranno condannati
perchè non hanno più diritto di esserlo. Io non posso perdonare chi passa
con lo sguardo felice dell'innocente tra le ingiustizie e le guerre, tra
gli orrori ed il sangue. Come te ci sono milioni di innocenti in tutto il
mondo, che vogliono scomparire dalla storia piuttosto che perdere la loro
innocenza. E io li devo far morire".(6) Non c'è scampo, neppure per gli
agnellini de L'Angelo Sterminatore. Risultato della vita: incomunicabilità,
alienazione, la disperata coscienza di una vita sospesa nel vuoto. "Ogni
forma è una morte" dice un personaggio pirandelliano e "conoscersi è morire".
Ultima scena: la sconfitta nelle varie forme di pazzia, suicidio, solitudine,
autodistruzione morale e fisica. Bunuel non ha fatto altro che filmare la
realtà senza speranza, perchè così è la vita priva di libertà. Ed è per
questa volontà sovversiva, per questo spirito rivoluzionario, per la libertà
trasgressiva che il regista aragonese batte altre strade, diverse dagli
sperimentalismi avanguardistici un pò kitsch, per anticipare la lezione di
Zavattini: "La finzione spettacolare diffonde le grandi menzogne e produce
una realtà falsa... Allora bisogna lottare per trasformare la realtà e non
il cinema che la filma così com'è, per agirla, con coraggio, con urgenza,
con entusiasmo, con una nuova concezione di solidarietà, con la lotta".(7)
"Solo così si sarebbe realizzato un cinema nuovo, perchè chi avesse filmato
e chi fosse stato filmato si sarebbe scrollato dalle spalle la passività
con la quale si subiscono
Note
Nasce il 16 aprile 1889 in East Street, Wolworth, Londra (stesso anno in
cui fu eretta la Tour Eifell a Parigi).
Muore nel 1991 a Oona nel Vevey -
"Parlare di Chaplin è dunque anche parlare della storia del cinema: se da
un lato il linguaggio chapliniano sembra attraversarla intoccato e monorde,
dall'altro esso è costantemente portatore di prospettive storiche che si
trasformano nel tempo, facendo forse della sua opera, oggi "la più misteriose
della Storia del Cinema" (Truffaut).
La prima regia di Chaplin (Caught in the Rain, 1914) non costituisce
neppure un esordio strabiliante. Lo si vede ripetere meccanicamente un
modello standard del cinema muto, basato sullo scambio d'identità (uno schema
seguito tantissimo in quel tempo e da cui Chaplin in fondo non si staccherà
né si stancherà di riproporlo nemmeno in seguito).
Lo sdoppiamento permette quell'esasperazione in chiave satirica del gesto
(per esempio lo straccione che imita il ricco, è un vero e proprio motivo
ricorrente della mimica, e dell'arte di Chaplin) e poi il sogno (altro
motivo ricorrente nel suo modo di intendere e di "fare cinema") che è la
rivalsa (tra l'ironico ed il malinconico) di chi si riconosce votato alla
sconfitta.
Nelle sue prime opere (La Keystone vende Chaplin col nome di Chas la Essanay
con quello di Charlie; Il nome di Charlot sarà invenzione di un distributore
francese nel 1915), la comicità rimane in sostanza identica: tema "d'obbligo"
quello della persona maldestra che combina sempre un sacco di guai e di
disastri, in qualunque situazione si trovi a muoversi. E l'antagonista di
Chaplin in questo periodo è sempre un OMONE grosso e molto caricaturale.
E' così che Chas diventa l'immagine complementare di Charlie, in ciò attuando
in parte il progetto di Chaplin. Tra l'autore ed il personaggio avviene lo
stesso una netta separazione: il che spiega in parte la sua continua RICERCA:
le varie forme di Chas o di Charlie sono i tentativi di costruire un uomo
attraverso i suoi difetti, prima che attraverso le sue qualità. La
differenziazione è sottolineata dalla negatività della caricatura; più avanti
sarà sorretta dall'uso dell'IRONIA, questa specie di schermo che Chaplin
manterrà sempre fra sé ed i suoi personaggi.
Questo perché Chaplin nel medesimo tempo con in cui si "allontanava" dagli
schemi cinematografici a lui contemporanei vi si "installava", con la sua
eccezionale capacità di adattamento e la sua genialità.
Charlot non è più il trastullo incosciente da catastrofi di cui sopporta
allegramente" scrive Mitry" "egli non accetta più il suo destino come una
marionetta in cui si tirano i fili. Resiste, lotta. Vive". Questa presa di
coscienza di un ruolo di soggetto anziché di oggetto (sebbene ancora ambigua
e dal "destino contrario" nel suo connotarsi come amore non corrisposto) si
sviluppa attraverso l'introduzione del PATETICO. La vittoria che Charlot
persegue nei momenti isolati del film non è altro che la maschera momentanea
della sconfitta.
E' l'ultima figura quella decisiva: il vagabondo non può fermarsi - il
viaggio è la sua vita. Il vagabondo non puo'essere altro che un vagabondo e
ciò che lo rende tale non è proprio l'incapacità, ma l'impossibilità stessa
d'un inserimento sociale.
Chaplin scopre l'esistenza specifica di un mondo ostile, con cui Charlot
"entra in conflitto". Non più solo il mondo degli oggetti, ma quello degli
uomini.
Anche gli occasionali antagonisti di Charlot non sono più gli stessi, ma
rappresentano le lacerazioni del mondo circostante che non perdono mai la
propria unitarietà. Qui si tratta di malviventi. Più avanti saranno dei
poliziotti, dei giudici, dei ricchi e via dicendo. Rappresentano il potere,
l'ordinamento sociale da cui Charlot è respinto. Diverse facce sono quelle
dell'Altro, dell'antagonista per eccellenza, senza il quale il comico non
potrebbe esistere, instaurarsi.
Chaplin comincia qui a ridere della disperazione e attraverso la disperazione,
senza riuscire tuttavia a darle una connotazione concreta, mette in atto la
repressione d'una possibile felicità che coincide poi con l'impossibilità
della stessa: ciò che è impossibile si riassume, si connota (e si somma) con
ciò che è vietato.
In questo periodo siamo di fronte a quel "fondamentale tratto del carattere
chapliniano che è la sua sublime irriverenza. Nulla è sacro per lui - tranne
l'umanità: nulla è immune dalla forza della sua satira o dalla violenza
della sua esplosiva comicità" (Sherwood).
Scrive Timothy Lyons a proposito di "The Gold Rush:
"Originariamente il linguaggio del cinema chapliniano è caratterizzato
dal confondersi di opposte emozioni: pathos e humour. Ma bisogna tuttavia
distinguere tra patetico, pathos e pathos: "Il patetico è un sentimento
di compassione o la comprensione che accompagna il dolore per l'umanità in
una data situazione. Il Pathos invece, è basato su una identificazione
sentimentalizzata e fortemente personale con un desiderio di esprimere
melanconia, senza riguardo alla drammaticità della situazione. Elementi che
derivano da entrambe queste emozioni compongono il pathos, un'identificazione
con l'umanità in una situazione di dolore".
Scrive lo stesso Chaplin: "A differenza di Freud, io non credo che il sesso
sia l'elemento più importante nella complessità del comportamento. E' più
facile che incidano sulla psicologia il freddo, la fame e la vergogna della
miseria. Come per chiunque altro, la mia vita sessuale ha avuto un andamento
ciclico. A volte fu moto attiva, a volte una delusione. Ma non fu mai al
centro dei miei interessi".
La donna in Chaplin è spesso un doppio di Charlot, con la Paulette Goddard
in Modern Times. C'è in tutto una chiara discendenza dal puritanesimo
inglese ottocententesco, una vena di malinteso romanticismo.
Il ritmo imposto da Chaplin al gesto, al movimento, e quindi al montaggio,
introduce un nuovo ordine del discorso (diverso sia da quello "reale sia
da quello "culturale") un continuo "balletto, al cui centro è sempre e in
ogni modo il personaggio-segno Charlot. Così anche la disperazione di
certe "chiusure" presenta un suo rovescio: Charlot si avvia da solo lungo
una strada deserta o si rifugia in un angolo di realtà del tutto avulso
dal contesto realistico (un angolo di fiaba): la solitudine è la sola
possibilità di vittoria di chi è istituzionalmente sconfitto; è la forma
definitivamente introitata dell'emarginazione; ma è al tempo stesso la
possibilità che ha il personaggio di restare dominatore e della scena.
Chaplin ribalta la prospettiva mitica dell'eroe, facendone un anti-eroe,
ma contemporaneamente usandolo come segno corretto al confronto della
connotazione negativa dell'Altro: ristabilisce vale a dire il predominio
semantico dell'individuale laddove il connotato realistico sembra spostare
il senso del predominio verso la logica della narrazione, che è quella,
tradizionalmente della sconfitta.
The Kid (Il Monello) - 1921 - finisce per essere un'opera esemplare nella
filmografia chapliniana, proprio perché gli elementi della ricerca sono
ancora allo stato grezzo, contrapposti e facilmente individuabili; ma anche
perché da essi traspare, anche se incompiuta, la vera intenzione di Chaplin.
Egli non usa il "genere" per un discorso metalinguistico, bensì per
attaccare quei valori sociali di cui esso è solitamente portatore: la
carità, le istituzioni sociali, l'interclassismo falso del paternalismo
borghese, la radicalizzazione dei privilegi, il cinismo, e via dicendo.
Senza la mediazione ironica la polemica sfocerebbe nella forma banalmente
astratta del sogno, con i suoi "angeli" i suoi "diavoli". Mentre il "tutto"
viene ricondotto a scontro fra innocenza e corruzione, che sono, di poi,
parafrasi dell'individuo e della società.
In effetti, il bambino non è un personaggio nel verso senso della parola,
si limita ad essere un doppio di Charlot.
In alcune scene del film dominano sequenze in cui vi è una delicatezza dei
toni, una leggerezza delle gag che si susseguono con un ritmo piano che
sembra appiattirli in un tutto unico. L'armoniosa ironia sta anzitutto nel
rovesciamento dei ruoli che la caratterizzano: non è Charlot ad accudire
al bambino, ma al contrasto, Charlot recupera il proprio ruolo "paterno"
solo quando gli insegna a mangiare e a pregare (di qui il riemergere di
tutti i caratteri di un'ideologia piccolo-borhese). Ma sono questi pochi
momenti in cui Chaplin prende le distanze dal personaggio, la cui connotazione
predominante è quella del patetico.
Con l'avvento del lungometraggio nel muto (1922), Chaplin si presenta con
un film drammatico "A Woman of Paris". Nel frattempo l'inizio della sua
amicizia con Douglas Fairbanks e Mary Pickford, coi quali da' origine,
insieme a David W. Griffith alla United Artists che gli garantisce così una
completa libertà produttiva.
La sobrietà della forma coincide così con la sobrietà fatta quasi di
sottintesi del narrato, fatto e costruito sempre di sottintesi.
In ogni caso tra le pieghe della "rappresentazione" fedele, tutta attenta
ai dettagli e alle sfumature, l'impronta di Chaplin è continuamente
riconoscibile, soprattutto nel risvolto ironico che ogni momento si disvela.
Si sviluppa il ritratto di questa Idle class ugualmente nei toni di quel
moralismo radicale che sono tipici di Chaplin e che rifiutano una precisa
collocazione politica. Dallo stesso Chaplin: "Il genere umano non si
divide in eroi e traditori, ma semplicemente in uomini e donne. Le loro
passioni, buone o cattive, sono state date loro da Dio. Essi peccano
soltanto per cecità: gli ignoranti condannano i loro errori, ma i saggi li
compiangono."
La maggior parte dei film muti è accompagnata da musica dal vivo: un
semplice pianoforte (organo) fino ad arrivare ad intere orchestre, e spesso
venivano sommariamente sincronizzati effetti sonori all'azione proiettata
in quel momento sullo schermo.
E' per convenzione che si parla di "inizio-del-sonoro" con Il cantante di
jazz (The Jazz singer) nel 1927 quando la Warner Bros lo distribui' con
enorme successo, ma il processo di diffusione della tecnologia sonora si
svolge in fasi differenti nei vari paesi.
Chaplin, come disse Griffith "non aveva nulla contro il sonoro in sé.
Quello che cercava di fare era conservare il silenzio di Charlot".
Infatti ci vorranno dieci anni dalla scoperta del sonoro perché Chaplin
si decidesse ad usare la parola e di fatto cancellando Charlot.
Ma dimostra una disponibilità immediata nei confronti del sonoro.
Con "Modern Times", 1936, assistiamo alla fine di Charlot che assume
carattere fisici differenti dalla capigliatura alle vesti; la sua fine
coincide così con la rottura del suo silenzio: per la prima volta si ascolta
la voce di Charlot, canta canzoni ma le parole che pronuncia non hanno
senso: è uno sberleffo al parlato che è una eccezionale conquista del progresso
tecnologico /le sole parole del film sono quelle pronunciate da una macchina/.
Sin dal 1940, durante e dopo la lavorazione di The Great Dictator, Chaplin
verrà accusato di filo-comunismo dalla Commissione per le Attività Antiamericane.
Con The Great Dictator si sancisce la scomparsa di Charlot, pur conservandone
il protagonista certi connotati. In "The Great Dictator" verrà ferocemente
contestato e rimproverato con veemenza di aver politicizzato il comico.
Di fatto Chaplin non farà nulla per smentire le accuse di antiamericanismo;
anzi la sua "storia" diviene sempre più una decisa partecipazione alla Storia
del Mondo: con "Monsieur Verdoux" - 1947- (da un'idea di Orson Welles e
che viene girato in un periodo in cui avviene la partecipazione americana
alla guerra e la bomba di Hiroshima), il linguaggio del film è macabro sino
al grottesco: una tragicommedia come Chaplin stesso lo definì.
"Monsieur Verdoux" và oltre la intersoggettività tra Charlot-Hynkel: si rivela
una compresenza di opposti all'interno di uno stesso personaggio. Il messaggio
del film và diretto ad una riflessione critica sulle illusioni umanitarie
del passato e dà una risposta odierna all'appello agli uomini con il sentire
dell'Anti-Eroe con i toni dell'amarezza.
In "Monsieur Verdoux" avviene una innovazione nella cinematografia
chapliniana: l'introduzione del dialogo.
La prospettiva del film si dilata tra il rifiuto di un sistema di vita
ed il rifiuto della vita in sé. Viene tutto giocato sulla morte o meglio
sul vuoto autoreferenziale. Una continua, estenuante "messa-in-discussione"
di sé stesso.
Nel 1952, durante un viaggio in Inghilterra con la sua giovanissima
moglie, viene a sapere che è sotto inchiesta da parte della Commissione
per le Attività Antiamericane, e se dovesse rientrare negli Stati Uniti
verrebbe subito arrestato.
Si trasferisce definitivamente in Inghilterra e poi nel villaggio di
Corsier, presso Vevey, in Svizzera dove vivrà sino alla morte.
Del 1952 Limelight che può essere considerato l'ultimo film "americano"
di Chaplin Trama da melodramma, rivela pathos. Qui la musica è un elemento
significante: relega sullo sfondo il ruolo del comico, esalta il pathos,
rileva le ragioni del cuore. Sono affrontati i grandi temi della vita come
l'amore, la felicità, desiderio.
Trascorrono dieci anni in cui si pensa che Chaplin abbia smesso di girare films.
Mentre nel 1967 esce La Contessa di Honk Kong.
Non vi parteciperà come attore, ma farà una brevissima apparizione.
E' il suo primo film a colori, con Sophia Loren e Marlon Brando: due
indiscutibili attori di successo, ma il film non avrà il successo che ci
si sarebbe aspettati. In fondo è una semplice commedia hollywodiana ma
alcune forme di pathos chapliniano sussistono. La critica è divisa tra chi
afferma che "Chaplin è finito" mentre c'è chi grida al "capolavoro". La
macchina da presa così come il montaggio, la musica, la scenografia e
persino il colore è tutto al servizio della recitazione del film,
miscellanea di comicità e di sentimentalismo. Il ritmo è lento ma vi si
contrappone sempre l'adesione del Regista ad una forma metalinguistica e
critica nello stesso tempo, del "modello" cinematografico.
Sarà il suo ultimo film.
Uso della camera
Chaplin ha sempre usato la cinepresa per la ripresa di lunghe inquadrature
immobili, all'interno delle quali si svolge l'azione filmica, che lo vede
protagonista assoluto: infatti, proprio la gestualità di Charlot viene a
determinare lo spazio ed il tempo del film. Da qui la scelta con le varie
connessioni delle inquadrature che stabiliscono il materiale di "continuità"
dando anche un valore semantico delle scene con l'opera del Montaggio.
I ritmi imposti sulla scena da Charlot sia al gesto e quindi al movimento
"tutto" stabilisce anche i "modi" del montaggio, con particolari
caratteristiche. C. introduce un nuovo ordine del discorso all'interno di
un continuo "balletto" di cui il centro mobile, irrefrenabile è sempre in
ogni caso il personaggio di Charlot.
La breve "gavetta" come Regista dà i suoi frutti.
Le intuizioni dei primi tempi si riallacciano ad un discorso unitario.
Charlie, in questo modo, lascia il posto a quello che di seguito verrà
chiamato CHARLOT. Naturalmente il salto non è brusco, restano ancora spazi
vuoti ma "The Tramp" e "Work" costituiscono nella loro complementarità un
autentico spartiacque nella filmografia chapliniana.
Con l'avvento del lungometraggio, Chaplin si rivela capace nell'uso dei
Primi Piani per rilevare certi dettagli per suggerire l'atmosfera d'una
scena con l'immagine di un singolo personaggio.
Con il "sonoro" si noterà come nello stile di Chaplin si sia affinato con
il tempo nell'uso della "macchina-da-presa" e dei suoi movimenti. Possiamo
assistere a sequenze particolarmente efficaci.
Nell'uso della macchina da presa non vi sono invenzioni casualità. Tutta
la costruzione della scena è rigorosa, così come la loro connessione. Lo
"spazio filmico" assume qui un valore paradossalmente liberatorio contro
la prigionia dei precedenti (ricordiamo il diverso uso che Chaplin fa'
dello "spazio filmico": attorno a Charlot prigioniero dell'assurda macchina,
lo spazio è ristretto, concentrato nella tragicità del primo piano, quando
la follia di Charlot esplode, la liberazione è resa evidente dal predominare
assoluto dei campi lunghi).
Nel periodo inglese (ultimo) in ragione anche del cambiamento dei modi di
affrontare la poetica cinematografica nei suoi film, dove Amore, felicità,
desiderio si esaltano, la macchina da presa ha un ruolo oggettivante con
inquadrature al referente che di volta in volta è oggetto: la vita - l'uomo.
Note bibliografiche:
Giorgio Cremonini :"Charlie Chaplin" Edizioni "Il Castoro Cinema"
"Storia del Cinema e dei Film" - di Davide Bordwell e Kristin Thompson - vol. 1'
Nel 1914 si scatenò la guerra in Europa, che sconvolse l'evoluzione
normale del cinema europeo: i cineasti, ripiegarono, così, su produzione
di vita del loro paese. Ci fu una decadenza del cinema francese ed altri
problemi sorsero anche in Italia, a differenza della produzione tedesca
che beneficiò di un clima favorevole allo sviluppo di certa produzione.
Paradossalmente gli avvenimenti della Grande Guerra ed il rovescio
economico, diedero la possibilità di alcuni registi americani, fino ad
allora impegnati con diversi produttori, di riprendersi la loro libertà,
creando una formula di "lavoro indipendente" che si sviluppò e si perfezionò
tra il 1915-1918: questo dovuto soprattutto all'opera di quattro grandi
uomini: Griffith, Thomas Harper Ince, Cecil Blount De Mille e Mack Sennett.
Essi furono gli animatori ed i creatori del dramma e della comicità visiva
del cinema americano.
D.W. Griffith era dotato di una forte personalità (oriundo irlandese), che
con la sua tenacia portò nel cinema primitivo americano una cultura
acquisita attraverso gli studi fatti alla Kentucky University: particolarmente
interessato alla letteratura ed al teatro, egli accettò per vivere anche
la fatica di mestieri umili come quello di bracciante ed operaio agricolo;
lavorò anche come attore in piccole parti per il teatro e poi per il cinema
(sempre ragioni economiche). Poi rapidamente passò alla sceneggiatura:
spirito indipendente, un po' frondista, eccezionale.
Fu assistente alla regia di H.M. Marvin, fino all' anno in cui girò il suo
primo film "The adventures of Dolly" (Le avventure di Dolly) - 1908.
Tra il 1908 ed il 1915 riuscì a realizzare un centinaio di film (da alcune
fonti addirittura 180). Non bisogna farsi impressionare dalla quantità: di
fatto queste opere avevano semplici sceneggiature, rapide riprese, breve
durata (10 minuti al massimo) e, riguardo la fase del montaggio, questa era
quasi inesistente.
Abbandonò la Biograph nel 1913 a causa del fatto che la Casa produttrice non
gli concedeva più di "girare" film che superassero i due rulli di pellicola.
Nonostante questa censura riuscì a girare Giuditta di Betulia (Judith of
Bewthulia) dalla lunghezza di ben quattro rulli.
Successivamente al 1913, lasciata la Biograf, lavorò per la Mutual, compagnia
indipendente, con la quale realizzo' quattro film: in particolare con "The
Avenging Cosciense" (La coscienza vendicatrice), adattamento tratto da
racconti di E.A. Poe e realizzato con l'ausilio di numerose scene fantastiche.
Nello stesso periodo realizzò un suo ambizioso progetto con il film "The
Birth of a Nation" (la Nascita di una nazione) di una lunghezza di ben 12
rulli: storia epica della guerra civile americana.
Fu un'opera che segnò profondamente la storia del Cinema. Il film ebbe un
successo grandioso sia di pubblico che di critica (la quale però si divise
sulla evidente faziosità di Griffith rispetto al problema dei nei d'America)
ma lo stile era davvero originale e tutto il girato aveva la caratteristica
di essere dinamico.
Fu coadiuvato dal suo fedele operatore Billy Bitzer, con il quale realizzò
inquadrature che spaziavano dalle ampie vedute della battaglia, fino ai
dettagli minori della vita dei personaggi; e poi le scene di salvataggio
all'ultimo minuto, nella parte finale del film, crearono con un crescendo
di suspence.
Egli impiegò i procedimenti più diversi di montaggio: azioni in parallelo,
le panoramiche, le carrellate, le dissolvenze incrociate, il "velatino",
le lunghe sequenze e quelle rapide di un medesimo tema o di tempi composti.
Queste tecniche, invero, oggi sappiamo che furono usate da altri durante
lo stesso periodo (e dopo di lui) con un'efficacia maggiore ed anche con
superiore virtuosismo. Ma resta il fatto che le sue ricerche sulla tecnica
registica furono una precisa lezione per tutti.
Durante il 1915, Griffith studiò e subì l'influenza del cinema italiano,
sino all'idea di realizzare un film che avesse come sfondo un grande affresco
animato, dove la lotta tra l'intolleranza religiosa e la forza dell'amore,
giustificano le profonde rivoluzioni in cui l'umanità, da sempre, ricerca
le spiegazioni.
Così nacque "Love's struggle through the ages" (La lotta dell'amore attraverso
i tempi). L'idea iniziale del film era di strutturarlo su quattro "drammi"
legati da un leit-motiv: simbolizzazione della continuità umana.
Il primo episodio si svolgeva a Babilonia all'epoca di Baldassarre, il
secondo aveva per tema la vita e la morte del Cristo, il terzo rievocava il
massacro della notte di San Bartolomeo, e l'ultimo una tragedia moderna
avente per tema l'egoismo di classe ed il puritanesimo aggressivo.
Vista nella sua interezza, l'opera è certamente la più "mostruosa" che sia
mai stata conosciuta nel Cinema: la sua proiezione durava complessivamente
più di venti ore, e lo stesso Griffith la mutilò riducendola a sole tre
ore.
Ma anche la censura intervenne e di poi i distributori, che la ridussero a
loro volta: fu così che in certi paesi europei non si vide mai il frammento
dedicato alla "notte di San Bartolomeo" ed anche quello de "la Passione"
fu estremamente ridotto.
Il pubblico si trovò disorientato rispetto all'intersecarsi - sullo schermo
- di quei quattro drammi: persino l'idea espressa dava un senso di
confusione: vi era un miscuglio di filosofia umanitaria, ma ed anche una
certa pesantezza e cattivo gusto presente in alcune scene.
Ma questo non deve distogliere dal fatto importante ed innovativo in Griffith:
rispetto al cinema italiano, gli attori e le comparse mostravano più
disinvoltura, più movimento ed anche la macchina da presa era usata in modo
più abile.
Senza entrare nel merito socio-politico del film (in cui il regista mantenne
una posizione di netta parzialità e suscitò infatti contestazioni politiche
fortissime, quasi stesse per ricominciare una guerra civile) Griffith seppe
combinare, con molta sicurezza e disinvoltura artistiche, l'arte della
fotografia all'arte del movimento, sino ad imporre allo svolgimento filmico -
a dispetto del sonoro - un potere espressivo e lirico unici. Gli effetti di
dinamismo e di plasticità del film, la recitazione degli attori, ma
soprattutto la ripresa dei primi piani e dei piani americani (già tentati
nel 1903) e l'accortezza con cui impediva agli interpreti tutte quelle
inutili smorfie, e soprattutto il controllo sulla gesticolazione eccessiva
degli attori, furono applicati da Griffith con sapienza, autorevolezza e
grande capacità registica.
Poi fu la vola di "Intollerance" che uscì nel 1916: 14 rulli di girato per
circa tre ore mezzo di film.
Nel 1919 Griffith forma insieme a Chaplin. Fairbanks e Mary Pickford un
gruppo di artisti produttori indipendenti: la United Artists.
Nel frattempo l'arte registica di Griffith si evolve. Abbandona il tema
"epico" per una ricerca di nuove figurazioni di stile. "Broken blossoms"
(Giglio infranto, 1919) ne è il segno: niente di eccezionale dal punto di
vista del soggetto, ma sopra un tema "semplice" Griffith riuscì a costruire
una sceneggiatura con la quale - attraverso gli espedienti di ripresa -
viene esaltata l'immagine del vizio e della violenza che si accosta a quella
della dolcezza e del candore.
Un capolavoro (nonostante l'intreccio fosse convenzionale sino a sfumare
in una certa ingenuità sommaria appositamente sacrificati dal regista in
favore di una ricerca del particolare espressivo). Le immagini, infatti,
assumono un vigore estremo: nella ripresa della scena della fanciulla
chiusa in uno sgabuzzino che si dibatte tra le pareti (prima a destra e
poi a sinistra) girando impazzita tutt'intorno, unita ad una triste poesia
di sogno e grazie all'interpretazione di Lilian Gish (che fu l'interprete
di tutti i grandi film di Griffith) diedero un risultato finale stupefacente.
"Agonia sui ghiacci" fu l'ultimo film del nostro, che nonostante
l'ispirazione alla tradizione della letteratura popolare, riusciva ad
alleggerire la monotonia della convenzionalità sino a giungere allo
svolgimento di due frammenti: una tempesta di neve ed il disgelo improvviso
dei ghiacci. Questi fenomeni naturali riempivano tutto lo schermo ed il
film terminava con queste rivelazioni e sottolineature dell'eterna lotta
dell'uomo contro le forze invisibili scatenate della natura, giungendo così
agli occhi dello spettatore con un potere drammatico impressionante.
Di poi, dal 1921, Griffith fu "superato" dalla rapida evoluzione estetica
cinematografica, ed i suoi lavori si svuotarono pian piano di originalità.
Fu superato dai tempi sino alla morte nel 1948 a Los Angeles.
Nome: Allan Stewart
Cognome: Konigsberg
Nome d'arte: Woody Allen
Luogo di nascita: New York, New York
Data di nascita: 01 Dicembre 1935
Segno zodiacale: Sagittario
Indirizzo: 930 Fifth Avenue New York NY 10021 USA
Note biografiche: esordisce nel mondo dello spettacolo lavorando
ai testi di alcuni programmi televisivi. È stato sposato 2 volte: dal
1956 al 1962 con Harlene Rosen; dal 1966 al 1969 con Louise Lasser. In
seguito ha avuto una lunga relazione con Mia Farrow, conclusasi bruscamente
dopo le accuse (rivelatesi fondate) di una relazione tra Woody Allen e la
loro figlia adottiva.
Filmografia ( *titoli in videocassetta)
1965 *Ciao Pussycat - Waht's new Pussycat? (solo attore)
1966 *Che fai, rubi? - What's up Tiger Lily? (solo attore)
1967 *James Bond 007 Casino Royale - Casino Royale (solo attore)
1969 *Prendi i soldi e scappa - Take the money and run (anche attore)
1971 *Il dittatore dello stato libero di Bananas - Bananas (anche attore)
1972 *Provaci ancora, Sam - Play it again, Sam (solo attore)
1972 *Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere - Everything you always wanted
to know about the sex but were afraid to ask (anche attore)
1973 *Il dormiglione - Sleeper (anche attore)
1975 *Amore e guerra - Love and death (anche attore)
1976 *Il prestanome - The front (solo attore)
1977 Woody Allen: an american comedy (solo attore)
1977 *Io e Annie - Annie Hall (anche attore)
1978 *Interiors - Interiors
1979 *Manhattan - Manhattan (anche attore)
1980 *Stardust memories - Stardust memories (anche attore)
1982 *Una commedia sexy in una notte di mezza estate - A midsummer night's sex comedy (anche attore)
1983 *Zelig - Zelig (anche attore)
1984 *Broadway Danny Rose - Broadway Danny Rose (anche attore)
1985 *La rosa purpurea del Cairo - The purple rose of Cairo
1986 *Hannah e le sue sorelle - Hannah and her sisters (anche attore)
1987 *Settembre - September
1987 *Radio Days - Radio Days
1988 *Un'altra donna - Another woman
1989 *Crimini e misfatti - Crimes and misdemeanors (anche attore)
1989 *New York Stories (3° epsiodio. Anche attore) - New York Stories
1990 *Alice - Alice
1991 *Ombre e nebbia - Shadows and fog (anche attore)
1991 *Storie di amori e infedeltà - Scenes from a mall (solo attore)
1992 *Mariti e mogli - Husbands and Wieves (anche attore)
1993 *Misterioso omicidio a Manhattan - Manhattan murder mystery (anche attore)
1994 *Pallottole su Broadway - Bullets over Broadway
1995 *La dea dell'amore - Mighty Aphrodite (anche attore)
1996 *Tutti dicono I love you - Everyone says I love you (anche attore)
1997 *Harry a pezzi - Deconstructing Henry (anche attore)
1998 *Celebrity - Celebrity
1999 *Accordi e disaccordi - Sweet and lowdown
2000 *Ho solo fatto a pezzi mia moglie - Picking up the pieces (solo attore)
2000 *Criminali da strapazzo - Small time crooks (anche attore)
Nome: Bernardo
Cognome: Bertolucci
Luogo di nascita: Parma. Italia
Data di nascita: 16 Marzo 1941
Segno zodiacale: Pesci
Indirizzo: ?
Note biografiche: interrompe gli studi di letteratura moderna nel 1961
per lavorare come assistente alla regia di "Accattone" di Pier Paolo Pasolini,
conosciuto grazie al padre Attilio, poeta e critico cinematografico.
Filmografia ( *titoli in videocassetta)
1962 *La commare secca
1964 Prima della rivoluzione
1966 Il canale
1966 La via del petrolio
1967 *Amore e rabbia (episodio: Agonia)
1968 *Partner
1970 I poveri muoiono prima. La salute è malata
1970 La strategia del ragno
1971 Il conformista
1972 *Ultimo tango a Parigi
1976 *Novecento
1980 La luna
1981 la tragedia di un uomo ridicolo
1987 *L'ultimo imperatore
1990 *Il tè nel deserto
1993 *Piccolo Buddha
1995 *Io ballo da sola
Nome: Brian Russell
Cognome: DePalma
Luogo di nascita: Newark, New Jersey
Data di nascita: 11 Settembre 1940
Segno zodiacale: Vergine
Note biografiche: èfiglio di un chirurgo ortopedico e di una
aspirante cantante lirica. Suo fratello maggiore, Bruce, compie brillanti
sudi in fisica, l'altro fratello maggiore, Bart, è appassionato di pittura.
A cinque anni la sua famiglia ai trasferisce a Philadelphia dove trascorre
tutta la sua giovinezza. Anch'egli segue le orme del fratello Bruce, prova
molto interesse per l'elettronica, per le materie scientifiche in genere,
ma alcun interesse per il cinema. Quando De Palma si iscrive alla Columbia
University, per conseguire il diploma di fisica, conosce il mondo dello
spettacolo dedicandosi in particolare al teatro e al cinema sperimentale.
Una volta ottenuto il diploma al college della Columbia, riesce ad ottenere
una borsa di studio presso al Sarah Lawrence College, dove conosce il suo
maestro, Wilford Leach. Il suo esordio è caratterizzato dal lungometraggio
"Oggi sposi" (Wedding party, 1963) distribuito nel 1969, che vede il debutto
di Robert De Niro e di Jill Clayburgh. E' considerato l'erede del grande Hitchcock.
Infatti, tutto il materiale di base dei suoi film, nonchè molti dei movimenti
della macchina da presa sono di ispirazione hitchcockiana ("Psyco", "Rear Window",
"Vertigo"). Secondo la critica americana De Palma è attualmente il re della
tensione e della suspence. Dopo aver realizzato sette produzioni indipendenti
arriva il successo con "Le due sorelle" (Sisters, 1973). Si dedica quindi
con impegno a grandi progetti tra cui "Carrie, lo sguardo di Satana" (Carrie, 1976),
tratto da un romanzo di Stephen King e "Gli intoccabili" (The Untouchables, 1987).
È stato sposato dal 1979 al 1983 con l'attrice Nancy Allen, che ha utilizzato
in 4 dei suoi film; dal 1979 al 1983, con Gale Anne Hurd, e dal 1995 al 1997 con
Darnell De Palma, dalla quale ha avuto una figlia, Piper, nata il 21 Ottobre 1996.
Curiosità: è il regista del video musicale di Bruce Springsteen
"Dancing in the Dark" del 1986.
Filmografia ( *titoli in videocassetta)
1960 Icarus
1961 660124 The story of an IBM card
1962 Wotan's wake
1966 The responsive eye
1968 Murder á la mod
1968 *Ciao America! - Greetings
1969 *Oggi sposi - The wedding Party
1970 Hi, Mom - Hi, Mom!
1970 Dyonysus
1972 Impara a conoscere il tuo coniglio - Get to know your rabbitt
1973 *Le due sorelle - Sisters
1974 *Il fantasma del Palcoscenico - Phantom of the Paradise
1976 *Complesso di colpa - Obsession
1976 *Carrie. Lo sguardo di Satana - Carrie
1978 *Fury - The Fury
1979 *Home movies, vizietti familiari - Home movies
1980 *Vestito per uccidere - Dressed to kill
1981 *Blow out - Blow out
1983 *Scarface - Scarface
1984 *Omicidio a luci rosse - Body double
1986 *Cadaveri e compari - Wise guys
1987 *Gli intoccabili - The untouchables
1989 *Vittime di guerra - Casualties of war
1990 *Il falò delle vanità - The bonfire of vanities
1992 *Doppia personalità - Raising Cain
1993 *Carlito's way - Carlito's Way
1996 *Mission Impossible - Mission impossible
1996 Ambrose chapel
1997 *Omicidio in diretta - Snake eyes
1999 *Mission to Mars - Mission to Mars
2000 Mr. Hughes
Nome: Shelton
Cognome: Jackson Lee
Nome d'arte: Spike Lee
Luogo di nascita: Atlanta, Georgia
Data di nascita: 20 Marzo 1957
Segno zodiacale: Pesci
Note biografiche: cresce a Brooklyn, New York, e frequenta la scuola di cinaem della Tisch School of the Art. È regista, produttore ed interprete. Parallelamente agli impegni cinematografici ha prodotto e diretto numerosi video musicali e pubblicitari.
Filmografia ( *titoli in videocassetta)
1982 Joe's Bed-Stuy Barbershop: we cut heads
1986 *Lola Darling - She's gotta have it (anche attore e sceneggiatore)
1988 *Aule turbolente - School daze (anche attore, produttore e sceneggiatore)
1989 *Fà la cosa giusta - Do the right thing (anche attore, produttore e sceneggiatore)
1990 *Mo' better blues - Mo' better blues (anche attore e sceneggiatore)
1991 *Jungle fever - Jungle fever (anche attore, produttore e sceneggiatore)
1992 *Malcolm X - Malcolm X (anche attore e sceneggiatore)
1994 *Crooklyn - Crooklyn (anche attore, produttore e sceneggiatore)
1995 Lumiere and company
1995 *Clockers - Clockers (anche attore, produttore e sceneggiatore)
1996 *Gilr 6. Sesso in linea - Girl 6 (anche attore)
1997 *Bus in viaggio - Get on the bus (anche produzione)
1998 *He got game - He got the game (anche produzione)
Nome: George
Cognome: Lucas
Luogo di nascita: Modesto, California
Data di nascita: 14 Maggio 1944
Segno zodiacale: Toro
Indirizzo: c/o Lucasfilm Ltd. PO Box 2009 San Rafael, CA 94912-2009 USA
Filmografia ( *titoli in videocassetta)
1965 Look at life
1965 Freiheit
1966 Herbie
1966 1:42:08 A man and his car
1967 Electronic Labyrinth
1967 The emperor
1967 Anyone lived in a pretty town
1967 6-18-67
1968 Filmmaker: a diary by George Lucas
1971 *L'uomo che fuggì dal futuro - THX 1138
1973 *American Graffiti - American Graffiti
1977 *Guerre stellari - Star wars
1999 *Star Wars: Episodio 1 - La minaccia fantasma - Star Wars: Episode 1 - The Phanotm Menace
Fonte:la rete e i tecnici di Videostudio1
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